Chi ha detto che lo spirito di Woodstock sia morto? Impressioni dopo il concerto del primo maggio

Archiviato il mio primo concertone del primo maggio. (Scusate il gioco di parole).

Chiariamo subito una cosa essenziale: è una sfacchinata!

Ore ed ore in piedi a spostare il peso ora su un piede, ora sull’altro finchè questo processo diventa inutile dato l’affaticamento muscolare ma, per fortuna, la musica ha il potere, tra gli altri, di far dimenticare la fatica.
Mentre stavo lì tra un quindicenne strafatto a destra ed un cinquantenne ubriaco a sinistra pensavo proprio questo: chi ha detto che lo spirito che ha animato quelle centinaia di migliaia di folli che nel 1969 andarono fin nei campi sperduti di Bethel per assistere al concerto del secolo si sia estinto?

Chiunque lo abbia detto, o anche solo pensato, non è mai stato al concerto del primo maggio a Roma.

Di certo, ascoltare con cadenza pressochè costante lo slogan “Berlusconi merda” non sarà stato come ascoltare ed urlare “Peace and Love” a Woodstock ma, chissà perchè, ho notato che c’è la stessa, calma e rabbiosa al tempo stesso, forza vitale nel sentirlo urlare a squarciagola a tutta quella gente.

E così, nonostante la fatica, la fame, la sete, gli sbuffi di fumo del ragazzino o i rigurgiti del matusa (quelli di prima), la coda alla metro (andata, ma soprattutto ritorno! Che cazzo di città disorganizzata!) e i frequenti strafattoni che ti pestano i piedi, ti impediscono di vedere o ammorbano l’aria con il loro “odorino” da sotto questo sole.. si riesce pure a godersi dei grandi momenti musicali.

Aprono il pomeriggio musicale i sontuosi e romanissimi Bud Spencer Blues Explosion che iniziano l’esibizione con una intro ispirata a Voodoo Chile di Jimi Hendrix (a questo punto sto già godendo) per completarla con cover e brani propri tutti molto blues e tanto rock!

Si continua e ci si infiamma con Simone Cristicchi che, dopo il necessario omaggio canoro alla capitale, si esibisce in un trittico di brani esplosivi sparandoli direttamente nelle nostre orecchie e nelle nostre teste: ci ritroviamo nelle strade in fiamme e la violenza gratuita ed inutile della Genova del G8 di Genova Brucia, accompagniamo il buon Simone nella lode alla premiere dame Carla Bruni in Meno Male e finiamo con l’istrionica (e ovviamente polically uncorrect) Volemo le bambole.

Dopo aver sopportato gli insopportabili ed improbabili (per non dire inascoltabili) Beautiful ed un Edoardo Bennato dal repertorio decisamente limitato ci godiamo la nostra adrenalitica prima del clou serale del concerto.

Un clou serale che comincia però in maniera molto deludente con molte parti parlate e recitate (non me ne voglia la front girl Sabrina Impacciatore ma non sa proprio presentare, tantomeno cantare) una soporifera esibizione dell’Orchestra di Roma, una poesia di Eduardo De Filippo interpretata da Massimo Ranieri (bella si, ma non adatta al momento fin troppo soft) un Paolo Nutini fuori di se (si esibisce come un Jim Morrison dei giorni nostri) e la solita Carmen Consoli molto confusa e poco felice ma decisamente pallosa finalmente sul palco sale l’istrionico Vinicio Capossela che morivo dalla voglia di ascoltare dal vivo.

Purtroppo però la parte iniziale dell’esibizione, in linea con il resto della serata è molto lenta e decisamente soporifera così mi distaggo un attimo a guardare le bandiere che sventolano sulle nostre teste: c’è la trinacria siciliana, le quattro teste di more della sardegna, la poco compresa bandiera di Viareggio, il giglio di Firenze, la lupa romana (ovviamente), qualche (poche) acquile laziali, e tantissime altre.

La mia attenzione torna a ciò che succede sul palco proprio mentre Vinicio sta iniziando L’uomo vivo, Inno al gioia che per uno sciclitano è forse più importante dell’inno nazionale.
L’esibizione è potente e vibrante e termina nell’intro di un altro must di Capossela, il Ballo di San Vito che ci fa consumare le ultime riserve di energia.

Rimane tempo per sorbirci i non trascendentali Baustelle (che Sabrina chiama Baustel!!) e scatenarci con quattro pezzi del trombettista siracusano Roy Paci.

Sulle note dello sconosciuto (almeno per me) cantautore romano Lolli ci avviamo verso casa: stanchi, sfatti, affamati, in parte soddisfatti..un po così sarconò, sarcosi!

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