Chi ha fermato la musica?

Chi fermerà la musica? cantavano qualche decennio fa i Pooh, storica e giurassica pop band italiana, e tutti a sorridere e ironizzare sulla breve carriera musicale di DJ Francesco, al secolo Francesco Facchinetti, meglio conosciuto come Il figlio dei Pooh. Infinitamente meglio come presentatore che come cantautore.
Purtroppo la Musica, quella con la M maiuscola, in Italia si è fermata da tempo immemore o meglio,  agonizza tra gli statici e arcaici effluvi del Festival di Sanremo da un lato e le minacce terroristico acustiche degli annuali fenomeni da talent-show.

Sarebbe troppo facile scivolare nell’ovvio di una feroce invettiva sul panorama musicale italico ma allo stesso modo diventerebbe ipocrita non prendere atto della sterilità del mondo delle ugole italiane, un mondo in cui anche le case discografiche stavano andando in malora se non fosse stato per le trasmissioni televisive incentrate sul talento, spesso inesistente o comunque limitato, alcune volte persino immaginato, pochissime volte evidente, dei giovani italiani.
Da oltre 10 anni i Talent sfornano un prodotto perfetto che risponde ai requisiti richiesti dal mercato: orecchiabilità del pezzo ed una bella faccia.

La colpa però non è dei talentuosi ragazzi, non delle case discografiche, non della tivù e neanche dei telespettatori televotanti; la colpa, è degli artisti italiani affermati.

Molti big della musica nostrana da anni non fanno che riciclare e riciclarsi sia in Italia che all’estero facendosi forti di un successo raggiunto in passato. Un successo meritato sicuramente ma che non è stato ratificato da un impegno costante adeguato.
Album a cappella, riarrangiamenti di vecchi pezzi, album live e collaborazioni illustri (anche solo millantate) hanno solo buttato fumo negli occhi di quei fan ancora disposti a spendere moneta per vedere un concerto.
Tra questi c’è chi si auto-plagia da anni, chi plagia spudoratamente gli altri da anni, chi propina la stessa minestrina da un ventennio buono e perfino chi da un ventennio non fa qualcosa di decente.

In Italia, e non solo musicalmente parlando, si sta male ma all’estero non si sta certo meglio.
Le nuove idee vengono soffocate così come sono stati soffocati nel sonno i vecchi generi musicali, strozzati dai troppi interessi di mercato e stritolati tra le nuove tendenze musicali e le aspettative del pubblico.

In Inghilterra si litiga per i diritti sull’immenso patrimonio artistico lasciato dai Beatles, dagli USA esplode sul mercato l’ennesimo cofanetto dedicato a Jimi Hendrix contenente le solite rare tracks inedite, e persino una leggenda vivente come Carlos Santana si è ridotto a rimasticare, tra l’altro egregiamente e con estrema perizia, vecchi pezzi della cultura rock.

In questo limbo è naturale che proliferino i fenomeni del tipo Lady Gaga, di cui mi riesce difficile parlar male anche se odio con tutto me stesso il suo genere musicale.
Gaga è un genio sia commerciale che musicale: ha creato un’immagine di se stessa che colpisce l’occhio e che si registra nella memoria, è riuscita ad incidere i suoi gargarismi (o gagarismi??) ricavandone delle hit mondiali ed addirittura ha invaso il territorio omosessuale diventando un’icona gay.

Tanto di cappello a Gaga. Dietro la lavagna tutti gli altri. Che vi serva da lezione.

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