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L’ultima pagina: la banda dei brocchi di Jonathan Coe

La Banda dei Brocchi di Jonathan Coe non è solo un romanzo.
E’ un trattato sociologico sulla società degli anni 70 con tutte le incertezze e le promesse infrante che la caratterizzano ed allo stesso tempo un’atto d’accusa nei confronti di un sistema che, tanto in quegli anni quanto oggi, non presenta alcuna differenza rispetto ai dettami del passato.

E’ la storia di un gruppo di amici che vivono nella Birmigham del 1973 e sentono scorrere sulla loro pelle il tentativo solo abbozzato di un mutamento sociale ed intellettuale che in Inghilterra, come nel resto del mondo, sembra quasi essersi interrotto non appena se ne ha coscienza.
Erano anni difficili, tempi disperati per quegli eroi specialisti in brani strumentali di almeno 15 minuti che fino a poco tempo prima si meritavano articoli sui giornali musicali a adesso invece a malapena riuscivano a trovare un contratto; ma soprattutto sono momenti delicatissimi per tutta la popolazione giovanile dell’epoca che visse con trepidazione le belle idee maturate durante il periodo delle rivoluzioni  che purtroppo si concluse a Woodstock nel 1969 in una festa collettiva: così ideali e presupposti per un mondo migliore rimasero sempre realizzazioni potenziali, li li per diventare realtà ma bloccate sempre, puntualmente, da qualcosa.

Jonathan Coe usa spesso il mondo della musica come contenitore infinito di metafore per descrivere quel che accade ala società, aiutato dal fatto che proprio quello musicale è il settore culturale più in movimento durante gli anni 70.
Emblematico, in questo senso, quello che dice uno dei protagonisti della storia:
“Quel ridicolo tentativo di comprimere la storia di infiniti millenni in una mezz’ora di orribili riff e cambiamenti di accordo…come tutte le cose per cui mio padre aveva lavorato per tanti anni. Un servizio sanitario pubblico, gratuito per chiunque ne avesse bisogno, una diversa distribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale equa, pari opportunità, nobili aspirazioni. Ma non doveva succedere. Se mai c’era stato un momento in cui sarebbe potuto succedere, quel momento se ne stava andando. Il momento, anzi, era già passato”.

Per di più l’impoverimento delle aspirazioni giovanili, aumentato da un sistema educativo obsoleto e insufficiente, porta velocemente alla mentalità punk nella quale il senso di eccitazione e di trionfo non erano rivolti verso qualcosa che si stava creando ma perchè qualcosa veniva distrutto. Tra l’altro senza essere mai del tutto esistito veramente.

Nel crollo ideologico che invade la società i nostri protagonisti dovranno costruirsi un futuro adeguato oscillando a fasi alterne tra scrittura e musica in un’Inghilterra sempre più impoverita culturalmente in cui la precisione stilistica lascia il posto all’approssimazione in un fiorire di influenze colte ma inarrivabili per le menti comuni e non elitarie.
Band progressive come gli olandesi Focus o i britannici Hatfield and the North (dal cui famosissimo album The Rotters’s Club questo libro prende il nome) cedono il passo alla sguaiatezza dei Sex Pistols ed alla poliedricità dei Clash.

In questo contesto sociale in falso mutamento il singolo individuo si trova spaesato e fa da spettatore anche allo sconvolgimento della propria esistenza personale; in questo senso è ancora Coe, attraverso le parole di uno dei personaggi, a spiegarci questo disagio:
“A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Altre volte mi sento come se non avessi altro ruolo che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti”.

La Banda dei Brocchi è un libro poco omogeneo, e quindi difficile da leggere, e che comporta una cultura musicale abbastanza vasta; è però anche un libro che si lascia leggere e che non disdegna di assestarvi colpi allo stomaco quando meno ve lo aspettate.

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Chi cacchio sono Robby Krieger e Ray Manzarek?

A dispetto di quanto molti di voi avranno pensato leggendo il titolo del post non sono così ignorante da non conoscere davvero i due signori citati (che per la cronaca occupano i posti centrali nella foto).
Nè sono ancora impazzito fino a questo punto.
Per dimostrare quanto ho detto in questa introduzione devi fare una premessa.

L’altro giorno leggevo su una rivista la lista dei concerti che si terranno in Italia questo mese e, dopo aver snocciolato diversi nomi, mi sono imbattuto in una curiosità.
Il 9 luglio a Pistoia, in occasione del Pistoia Blues, si sono esibiti Ray Manzarek e Robby Krieger, e questo già basterebbe per sbavare, però chi ha redatto l’articolo (o chi ha pubblicato il manifesto dell’evento) ha pensato bene di aggiungere ancora tre paroline che, devo dirlo, mi hanno fatto saltare la mosca al naso. Anzi, mi hanno fatto davvero incazzare.
Queste paroline sono ..of The Doors!

E che cacchio vorrebbe dire?

Nella stessa lista figurano i nomi, pesantissimi, di Brian Setzer a Vigevano, Ringo Starr, Slash, Ben Harper e Robert Plant a Roma, Lou Reed a Milano: per nessuno du questi però ho letto ..of The Stray Cats, ..of the Beatles, oppure of the Guns’n’Roses o Led Zeppelin.
Questo vuol dire per questi signori bastano i nomi per far accorrere le masse mentre per il signor Manzarek e per il signor Krieger si deve spiattellare sempre in bella evidenza il nome dei Doors che, lo voglio ribadire in questa sede, nulla sarebbero stati senza quel genio di Jim Morrison.
Il giornalista, l’organizzatore dell’evento o chiunque fosse responsabile dell’aggiunta vergognosa dovrebbe fare pubblica ammenda.

Ah, quasi dimenticavo.
Krieger e Manzarek dovrebbero vergognarsi oltremodo di cavalcare ancora l’onda del successo dei Doors svendendone il nome come se fosse una qualsiasi merce da terminare causa cessazione attività. O forse non hanno ancora finito di riempirsi le tasche sfruttando i diritti del marchio?

I Doors erano Jim Morrison. E Jim Morrison era i Doors.E in questo momento il Re Lucertola se la ride di gusto.

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Fabrizio De Andrè giù dall’altare

Devo confessare di essere soddisfatto.
Soddisfatto perchè per la prima volta da quando compro e leggo Rolling Stone, la quasi totalità della rivista è stata dedicata ad alcuni grandi nomi della musica italiana: De Andrè, De Gregori, Battisti e Mauro Pagani (Premiata Forneria Marconi, nda).

Il numero di Luglio è uscito in edicola sbattendo in copertina il volto di Fabrizio De Andrè e al suo interno propone ben 6 articoli dedicati al cantautore ligure, tra i quali il più interessante è quello scritto dal giornalista Paolo Madeddu intitolato Sua Santità Fabrizio De Andrè.

Il pezzo vuole, riuscendoci, restituirci un De Andrè più umano, più terreno, lontano da quell’alone di santità intellettuale che tutti dal 1999 (anno della sua morte, nda) gli hanno conferito in abbondanza.
Si parla dell’uomo Fabrizio, prima del cantautore socialmente impegnato e politicamente confuso De Andrè, e quindi si finisce per sottolinearne la fallibilità e i limiti di un carattere difficile esacerbato dall’atteggiamento dispregiativo con cui molti dei suoi colleghi commentavano la sua musica e le sue idee (Battisti, ad esempio), ma si parla anche di un eccellente artista capace di scrivere alcune fra le canzoni più belle dell’intero panorama musicale italiano.

Quello che salta fuori dalle pagine della rivista è un uomo difficile dal carattere impossibile, antipatico all’inverosimile e sempre pronto a buttare lì una cattiveria; un alcolizzato cronico; un marito spesso infedele, per sua stessa ammissione; un cantautore che stava dalla parte del popolo ma che non disdegnava compensi con molti zeri perchè si considerava egli stesso un bene di consumo.

Ed è forse una caratteristica dei grandi geni, particolarmente in campo musicale, quella di accompagnare ad un talento spropositato un carattere tanto difficile da sopportare da rendere l’artista in persona inviso ad amici, parenti e colleghi: basti pensare a John Lennon e ai film che ci hanno aiutato a conoscerne il caratteraccio.
D’ altra parte, però, è stato lo stesso De Andrè a spiegarci come vanno le cose quando cantava dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

A completare il percorso cognitivo sul Faber nazionale ci pensa poi l’amico Eugenio Finardi che, sempre nello stesso articolo, racconta che De Andrè detestava essere considerato come un santo o una reliquia sacra e questo lo rendeva spesso insopportabile per i colleghi. Quegli stessi colleghi che dal 1999 ad oggi fanno a gara a chi lo ricorda meglio, a chi lo interpreta meglio, a chi lo canta meglio.

Al di là dei commenti e delle valutazioni soggettive che non potrebbero e non dovrebbero invadere la sfera personale altrui (anche se si tratta di personaggi famosi) quel che ci rimane di questo maestro della musica italiana sono i suoi splendidi 13 album incisi dal 1967 al 1996 che raccontano la storia dell’ uomo Faber e di una società, quella italiana, che egli aveva già visto incominciare a marcire dall’interno.

Non c’è mai stato bisogno che De Andrè fosse più di quel che è realmente stato: un cantautore geniale.

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