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Madonna che regista quel Guy Ritchie!

Ha più il volto del nerd facebokkiano che del regista cinematografico ma Guy Ritchie ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso quella che, per molti, sarebbe stata l’unica cosa veramente esaltante della vita: essere il marito di Madonna.

Eppure Ritchie il talento ce l’ha. Certo sbaglierebbe a puntare  all’Oscar per i suoi film però la stoffa c’è.

Guy Ritchie si è fatto conoscere al grande pubblico cinefilo nel 1998 grazie all’ottimo Lock, Stock and Two Smoking Barrels (in Italia assurdamente tradotto Pazzi Scatenati) in cui 4 amici londinesi piuttosto scapestrati si decidono a mettere insieme 100.000 sterline per partecipare ad una rischiosa partita di poker organizzata dal boss Harry l’Accetta.
La storia si dipana tra signori della mala, geni della truffa e tanta azione per un film piacevolissimo ma non eccezionale che però ha nelle musiche il suo asso nella manica in cui, tra i tanti, spunta la il nome di Iggy Pop.

Attore ispiratore e preferito da Ritchie è Jason Statham, secondo me al limite della mediocrità in altre pellicole, ma ottimo nei film di Guy.
E’ ancora lui infatti il protagonista del fortunato The Snatch.

Ancora la nebbiosa Londra dove stavolta si aggirano falsari e ricettatori con un prezioso diamante al centro di una vicenda che coinvolge il trafficante Frankie Quattro Dita, l’ex agente del KGB Boris Yourinov detto Lametta e i due piccoli truffatori Turco (Statham) e Tommy che loro malgrado si trovano nei guai a causa dello zingaro Mickey (Brad Pitt).

La prosecuzione ideologica di The Snatch è Rocknrolla del 2008 che segue, però due film non troppo esaltanti.

Travolti dal destino, remake di un celebre film di Lina Wertmuller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, in cui Ritchie fa recitare Madonna nella parte che fu della Malato (conflitto di interessi!!!!).

Un quasi irriconoscibile Statham nei panni di Mr Jack Green

La pellicola si rivela un flop e va anche ad inficiare il successo del successivo Revolver con Statham che stavolta veste i panni di un misterioso Mr. Green abile giocatore d’azzardo e truffatore incallito alle prese con il boss di turno (Ray Liotta) e il suo sicario (Max Strong). E’ il più introspettivo e psicologico dei lavori di Ritchie in cui il regista si distacca dal tema tutto azione e violenza delle prime pellicole per assurgere ad una dimensione più intellettuale. Bersaglio in parte mancato. Il film però è particolare e non dispiace.

Con Rocknrolla però si torna al registro degli esordi, ancora una volta nella Londra degli anni 2000 piena zeppa di truffatori, ricettatori e criminali in cui le fortune alterne della banda di Mr One Two (Gerard Butler) si mischiano alle speculazioni immobiliari di Lenny Cole (Tom Wilkinson) e dell’amico e sicario Archy (Max Strong). Il boss non ha però fatto i conti con lo stile di vita del figliastro Johnny Quid, ex rockstar morta, che gli darà i suoi bei grattacapi.

L’anno successivo Ritchie, poco avvezzo ad abbandonarsi sugli allori, si lancia nella reinterpretazione in chiave steampunk delle avventure del mitico investigatore Sherlock Holmes.
Il primo colpo di genio è scegliere Robert Downey J. e Jude Law per impersonare Holmes e l’assistente Watson, ma è tutto il film che, in barba alla rigidezza di alcuni giudizi sommari e somari è una goduria.
Lontano dalla carta stampata l’ingessato e saccente Sherlock diventa una adone ironico e sciupafemmine e l’ombroso Watson un intelligente ed avveduto.

Morale della favola, anzi del post, è che forse questi film non saranno mai considerati capolavori ma rappresentano comunque uno spaccato sincero e senza censura di come Ritchie immagina la società.
Il regista dipinge infatti una società al limite dell’abiezione in cui sono poche e semplici le regole per rimanere con la testa fuori dall’acqua; una società in cui comandano il denaro e, quand’anche esso non dovesse esserci, la furbizia nell’ottenerlo in modo veloce e illegale, ovviamente.
I protagonisti delle vicende raccontate da Ritchie non sono mai onesti lavoratori ma piccoli e grossi malviventi tutti aspiranti a diventare un rocknrolla che è la sola cosa importante nella vita.
Perchè alcuni uomini vogliono il denaro e il potere, altri aspirano alla fama e alla gloria, ma solo un rocknrolla vuole tutte queste cose.

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Kick-Ass, il super eroe fatto in casa

Se pensate di conoscere tutto riguardo al fantastico mondo dei super eroi vi sbagliate di grosso: non servono poteri sovrumani, costosissimi gadget tecnologici o tristissime tragedie familiari per fare di un comune mortale un temuto e rispettato eroe ma, in alcuni casi, basta un buon costume e tanta, tanta, buona volontà.
E’ questo il caso di Kick-Ass.

Kick-Ass è una serie a fumetti nata dalla mente di Mark Millar nel 2008 e riadattata per il grande schermo da Matthew Vaughn nel 2010.

Narra le avventure di Dave Lizewski, un ragazzo che vive e studia a New York e che non ha alcun talento particolare se non quello di passare inosservato alle ragazze, specialmente a quella dei suoi sogni, Katie.
Di notte, però, Dave indossa il suo costume (ex muta da sub) verde e giallo e diventa Kick-Ass il difensore degli oppressi, l’eroe mascherato molto poco super, vista la quantità inverosimile di botte che prende, diventato famoso ed acclamato grazie a un video amatoriale su YouTube.

Con lui dividono la scena il cattivone (che poi tanto cattivo non è) Frank D’Amico, un narcotrafficante arricchito signore di un impero economico non indifferente, e altri due super eroi un pò più veri, nele senso che oltre a prenderle le danno pure: Big Daddy, una specie di Batman meno tecnologico ma più aggressivo, e Hit Girl, una ragazzina che sembra un incrocio tra Jackie Chan incazzato e Chev Chelios di Crank.

La storia è sostanzialmente molto semplice, una città invasa dal crimine, un gruppo di ragazzi vessati dai teppisti e snobbati dalle ragazze con sullo sfondo un’atroce tragedia familiare che colpisce un poliziotto rovinandogli la vita.
In tutto questo i personaggi sopra descritti vengono coinvolti in un turbinio di sequenze che ammiccano tantissimo allo stile di Robert Rodriguez e Quentin Tarantino da una parte e agli action movie americani alla John Woo. Vale a dire molta azione e molta violenza: anche troppa in alcune scene, tanto da vietare la visione del film ad un pubblico con età inferiore ai 14 anni.

Superate le perplessità riguardo alle scene di violenza gratuita di cui è costellata gran parte della pellicola si denota un’idea di fondo molto interessante ed attuale.
Dave non ce la fa più a sopportare le angherie dei bulli, a vedere il suo quartiere, la sua città, il mondo intero nelle mani di criminali senza scrupoli che si arricchiscono sulle spalle della brava gente come suo padre e quindi decide di porre fine a tutto ciò diventando Kick-Ass.
Non c’è un ragno magico che lo morde, nè lui è un profugo da uno sconosciuto pianeta del cosmo ma c’è YouTube.
Kick-Ass diventa un mito grazie alle moderne tecnologie che tanto piacciono ai ragazzi dei questi tempi come i social network e le email, con cui Dave/Kick-Ass comunica con i fan e gestisce le richieste di soccorso.

Infine il messaggio non tanto velato è il seguente: non servono grandi poteri e grandi responsabilità per fare di te un eroe ma solo una profonda e costante forza di volontà.
E magari una buona resistenza alle mazzate!

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