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L’ultima pagina: Il nome della rosa

Primo intervento di questa nuova rubrica che intendo lanciare dalle pagine di Room full of mirrors.
In questa rubrica intendo offrire un’analisi più o meno dettagliata, spero anche esaustiva, sui titoli da libreria che man mano leggo, cercando di prosciugare la mia sete letteraria: chissà che qualcuno leggendo di un libro non ne sia attratto a tal punto da andarselo a leggere.(Si spera!)
Benissimo, andiamo a cominciare.
Il primo intervento de L’ultima pagina è dedicato a “Il nome della rosa” di Umberto Eco.
Si tratta di un romanzo, pubblicato nel 1980, che tratta le vicende che si dipanano in un’abbazia benedettina, situata in un punto imprecisato sugli Appennini dell’Italia settentrionale, davanti agli occhi vigili del sagace Guglielmo da Baskerville e quelli meravigliati del suo discepolo Adso da Melk. Lo sfondo storico è quello del medioevo buio e crudele in cui la Chiesa Cristiana sembra sempre più un ordine politico che religioso, tanto forte da minacciare la posizione del re di Francia.
Tutta la storia si svolge all’interno dell’abbazia, descritta magistralmente da Eco, anche se quello che più  ha stuzzicato la mia mente è stato ciò che viene raccontato o rievocato da Guglielmo: le vicende dell’Inquisizione, l’eresia Dolciniana ed il sistema della trascrizione prima e della miniatura poi, tipico dei monaci del tempo.
Tanto di questo materiale non lo si trova sui nostri comuni libri di storia ma, facendo ricerche non tanto approfondite si scopre un passato dell’Italia denso di violenze, false credenze, eresie e stragi, come tra l’altro la storia di Fra’ Dolcino o la persecuzione da parte della Chiesa dell’ ordine Francescano.
Si alternano, nelle 503 pagine che compongono il libro, due velocità di narrazione: uno stile estremamente descrittivo, lento ed a tratti pedante e che richiede un livello di attenzione estremamente alto ed un altro stile più sbrigativo ed intuitivo, ricco di riflessioni e foriero di approfondimenti futuri.
Il primo stile lo si affronta nella descrizione di luoghi, oggetti sacri e quando ad aprir bocca sono i più saggi dell’abbazia (come L’abbate Abbone o il vetusto Jorge); laddove invece a parlare sono i più semplici (Guglielmo, Adso e tutti gli altri monaci) ci si imbatte nello stile più compensibile e deduttivo.
Leggere Il nome della rosa è stata un’esperienza letteraria più che un passatempo, una vera e propria full immersion in un periodo storico crudele e violento in cui l’unico elemento di spicco è l’intelletto e l’unico personaggio che non viene avvolto dalle tenebre è colui che ragiona: è questo per me il senso del libro di Umberto Eco.
Leggere il libro non è semplice, vi sono frasi in latino (talvolta interi discorsi) e tedesco e spesso si ha la sensazione che Eco si prenda gioco di noi e delle nostre capacità deduttive; la stessa voce narrante, quella di Adso ormai vecchio e moribondo, alla fine cerca di trarre in inganno il lettore invitandolo a dipanare il misterioso enigma che sta dietro il titolo dell’opera.

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