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Una compilation da urlo

Il bello della musica digitale è che si possono mischiare i generi, accostare stili, cantanti e cantautori che difficilmente si sarebbero potuti ascoltare in successione se non grazie all’evoluzione dei supporti digitali.

Sistemando la mia enorme libreria musicale ho messo da parte alcuni brani da riascoltare con calma in seguito e ne è uscita fuori una compilation incredibile che fonde alcuni dei brani migliori del panorama musicale mondiale, a mio modesto parere almeno.
Ve la propongo di seguito poichè la musica è di tutti e non può essere altrimenti, poi se non doveste ritenere l’accozzaglia di brani da me scelta degna di un vostro ascolto, vabbè, de gustibus..

 Little Wing – The Jimi Hendrix Experience (1967)
Break On Through – The Doors (1967)
La Locomotiva – Modena City Ramblers (1996)
Non E’ Tempo Per Noi – Luciano Ligabue (1990)
Somebody To Love – Jefferson Starship Airplane (1967)
Ventanni – I Nomadi (2010)
Stairway To Heaven – Led Zeppelin (1971)
For What It’s Worth – Rush (2004)
Una Storia Sbagliata – Fabrizio De Andrè (1980)
La Festa Del Vino – Zibba & Gli Almalibre (2007)
Una Giornata Uggiosa – Lucio Battisti (1980)
Eleanor Rigby – Marla Singer (2010)
Hey Hey My My – Neil Young (1979)
Bridge Over Troubled Water – Paul Simon & Art Garfunkel (1970)
E Se Ci Diranno – Luigi Tenco (1966)
Eve Of Destruction – The Byrds (1970)
Meraviglioso – Domenico Modugno (1968)
Impressioni di Settembre – Premiata Forneria Marconi (1971)
Maddalena – Alessandro Mannarino (2011)
Instant Karma – John Lennon (1970)

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L’ultima Pagina: Il martello degli dei di Stephen Davies

Il 14 Luglio 1985, a Filadelfia, in occasione del concerto Live Aid una folla assatanata ed estasiata assisteva ad un evento atteso da 5 lunghi anni: la reunion dei Led Zeppelin.
Dalla morte del batterista John “Bonzo” Bonham gli Zep si erano abbandonati in preda al dolore e si erano dedicati, ciascuno per conto proprio, a progetti solisti ma nella notte di mezza estate in questione (io avevo un anno e mezzo) sul palco salirono, tra il delirio generale, Jimmy Page, Robert Plant e John Paul Jones accompagnati, alla batteria, da una selezione di diversi batteristi.

Per un’ora e mezza dopo anni di abbandono il Grande Dirigibile Marrone aveva solcato i cieli dell’olimpo musicale internazionale.

La storia, o meglio la saga come la definisce l’autore del libro Stephen Davies, dei Led Zeppelin è quella di un grandissimo gruppo rock nato a metà degli anni 60 nell’Inghilterra dominata dallo scontro tra Beatles e Rolling Stones, capace di scrivere pagine indelebili di questo genere musicale grazie alle caratteristiche peculiari di ciascuno dei suoi componenti.

Gli espedienti artistici di Jimmy Page alla chitarra elettrica, la presenza scenica e vocale di Robert Plant, la perizia e la precisione del bassista John Paul Jones e il delirio scatenato dalla Bestia John Bonham dietro alle sue grancasse sono i tratti distintivi di questa grande rock band.

Tuttavia le vicende di questi quattro scalmanati non tardarono a diventare leggenda quando nacquero le prime beghe con la stampa ostile e con tutti i detrattori che imputavano alla band una ideologia satanista derivante dalla passione sfrenata di Jimmy Page per l’occultista Aleister Crowley e di Robert Plant per il genere fantasy.
Non ci è dato sapere se le accuse di satanismo, condite da assurde indagini su testi ascoltati al contrario e sciocchezze del genere, siano fondate ma è certo che Plant e Page nulla hanno fatto per smentirle, anzi, le hanno quasi confermate con un comportamento sempre sopra le righe.
Innanzitutto i due amavano definirsi La Signora Della Luce(Page) e Il Signore Delle Tenebre (Plant), inoltre, Page aveva una vera e propria fissazione per Crowley tanto da collezionarne ogni sorta di reliquia per esibirla di fronte ad un pubblico sempre più inquietato; Plant, da par suo invece, amava gli eremi solitari lontani dalla civiltà, per questo acquistò una tenuta sperduta tra le campagne inglesi tanto isolata quanto terrificante dall’impronunciabile nome di Bron-Y-Aur (si pronuncia Brom Rar) ed insistette per utilizzare come sala di registrazione la tenuta inglese di Headly Grange, un’antico manicomio criminale che sorgeva su un cimitero.

Insomma, considerate le premesse, non risulta difficile capire perchè gli Zep fossero costantemente bersaglio di accuse di connivenza con il demonio, di effettuare riti satanici e messe nere.

Stephen Davies, invece, in Il martello degli dei ci restituisce una dimensione più umana dei quattro musicisti partendo dalle origini del gruppo, nato dalle ceneri degli Yardbirds di Jeff Beck, fino alla consacrazione internazionale con il misterioso, senza titolo, e tanto vituperato quarto album della band (quello che contiene Stairway To Heaven, vero inno degli Zep) passando per un decennio di concerti in giro per il mondo, riposando in alberghi puntualmente distrutti in mezzo a fedelissimi roadie e disponibilissime groupie, diventando ispirazione per diversi generi musicali dall’hard rock all’heavy metal.

Da ascoltare assolutamente:
– Babe I’m Gonna Leave You
– Dazed And Confused
– Communication Breackdown
– I Can’t Quit You Baby
– Whole Lotta Love
– Immigrant Song
– Celebration Day
– Bron-Y-Aur Stomp
– Tutto il quarto album Led Zeppelin IV, o Zoso o come cacchio volete chiamarlo
– No Quarter
– Kashmir
– Achille’s Last Stand

Formazione ufficiale dei Led Zeppelin dal 1968 al 1980:
Robert Plant: voce, armonica
Jimmy Page: chitarra acustica e elettrica, cori
John Paul Jones: basso, tastiere, organo
John Bonham: batteria, timpani, cori

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Diventare il cambiamento che vogliamo vedere

Come tutti i grandi pensatori, anni fa, fu Gandhi a percepire in anticipo la sostanziale verità che riguarda il nostro futuro: dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.
La lezione del celebre filosofo indiano è estremamente semplice nella sua definizione e  presuppone un impegno individuale per un successo globale, mettendo il proprio tornaconto personale in un secondo piano rispetto al benessere collettivo.

In questo senso mi ha molto colpito e fatto riflettere un intervista al Professor Edoardo Lombardi Vallauri, docente di Linguistica presso l’Università Roma Tre.
Vallauri, dopo aver presentato in maniera (fin troppo) entusiastica le meraviglie linguistiche del giapponese, ed aver tracciato un parallelo (indecoroso per noi occidentali) tra la terra del Sol Levante e l’Italia, affronta il tema del futuro e del cambiamento prendendo come metro di paragone l’atteggiamento nei confronti della società.
Il punto cardine del ragionamento del Prof.Vallauri è il punto di vista.

In Occidente il punto da cui si osserva e si giudica la società è soggettivo: realizzazione personale e professionale sono fortemente legate ai concetti di riuscita e fallimento.
Una persona è realizzata se svolge una professione universalmente definita importante, percepisce uno stipendio medio-alto e, conseguentemente, è rispettato da tutti.
Chi invece svolge lavori umili, mal retribuiti, e s’impegna per sbarcare faticosamente il lunario viene relegato in una sorta di società di serie B poco considerata e quasi per niente tutelata.
Conseguentemente chi svolge questi lavori finisce per farli male e arrecare danni e disagi a tutta la società.

In Giappone, invece, il rapporto che l’individuo ha con la società è di tipo collettivo.
Tutti, dal lavoratore più umile al manager più pagato fanno parte dello stesso sistema sociale gerarchico in cui anche il più insignificante ingranaggio è importante per il funzionamento globale.
Una prima conseguenza è che tutti si sentono gratificati dal proprio lavoro e lo svolgono al meglio; questo fa si che i trasporti ed i servizi funzionino al massimo e con una precisione assoluta, solo per fare un esempio.

Approfondendo l’analisi della società giapponese non può non avvertirsi una sorta di disagio, di inquietitudine a vedere così tante persone intente a realizzare il benessere collettivo con tanta dedizione e fedeltà.
Personalmente il tutto mi da la sensazione di un sistema di tipo orwelliano in cui le aspirazioni e le libertà personali vengono mortificate dall’ideale di una realizzazione collettiva.
Tutto sommato, però, non possiamo che imparare dal mondo giapponese soprattutto in termini di decenza e professionalità.

In Italia si lamentano tutti, dall’impiegato al banchiere, si lagnano dei soldi che mancano, del tempo libero insufficiente, del lavoro che non li soddisfa e tutto ciò spesso si riflette in negligenza ed insofferenza verso la propria professione.
La crisi politica che sta attraversando il Paese poi non fa che aggravare la situazione: alleanze dietro compenso, scandali di corte, spreco delle risorse pubbliche, inadempienza ai propri doveri istituzionali (e chi più ne ha più ne metta) non fanno altro che far scricchiolare l’argine di benessere e di decenza sempre più sottile e scricchiolante che sta facendo la differenza tra quello che succede in Italia e quanto accade in Libia, Tunisia, Egitto e Algeria.

Se continuerà a piovere l’argine si romperà
e quando l’argine si romperà io non avrò alcun posto dove andare.
(When the levee breaks by Led Zeppelin)

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