Archivi tag: L'ultima pagina

L’ultima pagina: In ogni caso nessun rimorso di Pino Cacucci

All’inizio del secolo scorso la società francese è stata scossa da un ondata di violenza nei confronti dei più abbienti e delle forze dell’ordine operata da sparuti gruppi di criminali che avevano come obiettivo comune l’intento tipico dei movimenti anarchici: rovesciare l’ordine costituito.

In un momenti storico in cui si faceva sempre più netta la separazione sociale tra i più ricchi e la classe povera, in cui per la maggior parte della popolazione la fame e la miseria erano la realtà quotidiana, i metodi fin troppo repressivi della polizia a difesa dei diritti della classe benestante esacerbarono il clima già teso causando la nascita di numerose cellule di resistenza che si differenziavano nei modi ma non negli ideali.
Intorno al 1910 un caso particolarmente spinoso per la polizia della Francia fu quello della Banda Bonnot.

Continua a leggere

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

L’ultima pagina: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson

Chi è Allan Karlsson?
Allan è un ospite di una casa di riposo di un paesino svedese che a poche ore dalla festa per il suo centesimo compleanno decide di scavalcare la finestra della sua stanza e sparire nel nulla.
Chi è, in realtà, Allan Karlsson?
Allan è senza dubbio vecchio, ma è anche un maledetto farabutto che sa esattamente quello che fa, scrive Jonas Jonasson, autore di questo romanzo divertente e imprevedibile ambientato in una regione poco conosciuta della Svezia.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , ,

L’ultima pagina: la banda dei brocchi di Jonathan Coe

La Banda dei Brocchi di Jonathan Coe non è solo un romanzo.
E’ un trattato sociologico sulla società degli anni 70 con tutte le incertezze e le promesse infrante che la caratterizzano ed allo stesso tempo un’atto d’accusa nei confronti di un sistema che, tanto in quegli anni quanto oggi, non presenta alcuna differenza rispetto ai dettami del passato.

E’ la storia di un gruppo di amici che vivono nella Birmigham del 1973 e sentono scorrere sulla loro pelle il tentativo solo abbozzato di un mutamento sociale ed intellettuale che in Inghilterra, come nel resto del mondo, sembra quasi essersi interrotto non appena se ne ha coscienza.
Erano anni difficili, tempi disperati per quegli eroi specialisti in brani strumentali di almeno 15 minuti che fino a poco tempo prima si meritavano articoli sui giornali musicali a adesso invece a malapena riuscivano a trovare un contratto; ma soprattutto sono momenti delicatissimi per tutta la popolazione giovanile dell’epoca che visse con trepidazione le belle idee maturate durante il periodo delle rivoluzioni  che purtroppo si concluse a Woodstock nel 1969 in una festa collettiva: così ideali e presupposti per un mondo migliore rimasero sempre realizzazioni potenziali, li li per diventare realtà ma bloccate sempre, puntualmente, da qualcosa.

Jonathan Coe usa spesso il mondo della musica come contenitore infinito di metafore per descrivere quel che accade ala società, aiutato dal fatto che proprio quello musicale è il settore culturale più in movimento durante gli anni 70.
Emblematico, in questo senso, quello che dice uno dei protagonisti della storia:
“Quel ridicolo tentativo di comprimere la storia di infiniti millenni in una mezz’ora di orribili riff e cambiamenti di accordo…come tutte le cose per cui mio padre aveva lavorato per tanti anni. Un servizio sanitario pubblico, gratuito per chiunque ne avesse bisogno, una diversa distribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale equa, pari opportunità, nobili aspirazioni. Ma non doveva succedere. Se mai c’era stato un momento in cui sarebbe potuto succedere, quel momento se ne stava andando. Il momento, anzi, era già passato”.

Per di più l’impoverimento delle aspirazioni giovanili, aumentato da un sistema educativo obsoleto e insufficiente, porta velocemente alla mentalità punk nella quale il senso di eccitazione e di trionfo non erano rivolti verso qualcosa che si stava creando ma perchè qualcosa veniva distrutto. Tra l’altro senza essere mai del tutto esistito veramente.

Nel crollo ideologico che invade la società i nostri protagonisti dovranno costruirsi un futuro adeguato oscillando a fasi alterne tra scrittura e musica in un’Inghilterra sempre più impoverita culturalmente in cui la precisione stilistica lascia il posto all’approssimazione in un fiorire di influenze colte ma inarrivabili per le menti comuni e non elitarie.
Band progressive come gli olandesi Focus o i britannici Hatfield and the North (dal cui famosissimo album The Rotters’s Club questo libro prende il nome) cedono il passo alla sguaiatezza dei Sex Pistols ed alla poliedricità dei Clash.

In questo contesto sociale in falso mutamento il singolo individuo si trova spaesato e fa da spettatore anche allo sconvolgimento della propria esistenza personale; in questo senso è ancora Coe, attraverso le parole di uno dei personaggi, a spiegarci questo disagio:
“A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Altre volte mi sento come se non avessi altro ruolo che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti”.

La Banda dei Brocchi è un libro poco omogeneo, e quindi difficile da leggere, e che comporta una cultura musicale abbastanza vasta; è però anche un libro che si lascia leggere e che non disdegna di assestarvi colpi allo stomaco quando meno ve lo aspettate.

Contrassegnato da tag , , , ,