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Diventare il cambiamento che vogliamo vedere

Come tutti i grandi pensatori, anni fa, fu Gandhi a percepire in anticipo la sostanziale verità che riguarda il nostro futuro: dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.
La lezione del celebre filosofo indiano è estremamente semplice nella sua definizione e  presuppone un impegno individuale per un successo globale, mettendo il proprio tornaconto personale in un secondo piano rispetto al benessere collettivo.

In questo senso mi ha molto colpito e fatto riflettere un intervista al Professor Edoardo Lombardi Vallauri, docente di Linguistica presso l’Università Roma Tre.
Vallauri, dopo aver presentato in maniera (fin troppo) entusiastica le meraviglie linguistiche del giapponese, ed aver tracciato un parallelo (indecoroso per noi occidentali) tra la terra del Sol Levante e l’Italia, affronta il tema del futuro e del cambiamento prendendo come metro di paragone l’atteggiamento nei confronti della società.
Il punto cardine del ragionamento del Prof.Vallauri è il punto di vista.

In Occidente il punto da cui si osserva e si giudica la società è soggettivo: realizzazione personale e professionale sono fortemente legate ai concetti di riuscita e fallimento.
Una persona è realizzata se svolge una professione universalmente definita importante, percepisce uno stipendio medio-alto e, conseguentemente, è rispettato da tutti.
Chi invece svolge lavori umili, mal retribuiti, e s’impegna per sbarcare faticosamente il lunario viene relegato in una sorta di società di serie B poco considerata e quasi per niente tutelata.
Conseguentemente chi svolge questi lavori finisce per farli male e arrecare danni e disagi a tutta la società.

In Giappone, invece, il rapporto che l’individuo ha con la società è di tipo collettivo.
Tutti, dal lavoratore più umile al manager più pagato fanno parte dello stesso sistema sociale gerarchico in cui anche il più insignificante ingranaggio è importante per il funzionamento globale.
Una prima conseguenza è che tutti si sentono gratificati dal proprio lavoro e lo svolgono al meglio; questo fa si che i trasporti ed i servizi funzionino al massimo e con una precisione assoluta, solo per fare un esempio.

Approfondendo l’analisi della società giapponese non può non avvertirsi una sorta di disagio, di inquietitudine a vedere così tante persone intente a realizzare il benessere collettivo con tanta dedizione e fedeltà.
Personalmente il tutto mi da la sensazione di un sistema di tipo orwelliano in cui le aspirazioni e le libertà personali vengono mortificate dall’ideale di una realizzazione collettiva.
Tutto sommato, però, non possiamo che imparare dal mondo giapponese soprattutto in termini di decenza e professionalità.

In Italia si lamentano tutti, dall’impiegato al banchiere, si lagnano dei soldi che mancano, del tempo libero insufficiente, del lavoro che non li soddisfa e tutto ciò spesso si riflette in negligenza ed insofferenza verso la propria professione.
La crisi politica che sta attraversando il Paese poi non fa che aggravare la situazione: alleanze dietro compenso, scandali di corte, spreco delle risorse pubbliche, inadempienza ai propri doveri istituzionali (e chi più ne ha più ne metta) non fanno altro che far scricchiolare l’argine di benessere e di decenza sempre più sottile e scricchiolante che sta facendo la differenza tra quello che succede in Italia e quanto accade in Libia, Tunisia, Egitto e Algeria.

Se continuerà a piovere l’argine si romperà
e quando l’argine si romperà io non avrò alcun posto dove andare.
(When the levee breaks by Led Zeppelin)

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