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L’Ultima Pagina: Il Pendolo di Foucault – Umberto Eco

Giocare con i misteri ed i poteri occulti della storia dell’umanità può rivelarsi molto pericoloso poichè per quanto assurda possa sembrare una congettura, per quanto inverosimile una teoria, per quanto astrusa ed improbabile una connessione logica, ci sarà sempre qualcuno disposto a credervi senza riserve.

Di ciò prenderanno atto i protagonisti de Il pendolo di Foucault man mano che si dipaneranno gli eventi della loro storia: il laureando Casaubon, il redattore Belbo ed il matematico Diotallevi si troveranno coinvolti in una storia oscura dai risvolti improbabili ed impensabili.
I tre, studiando un manoscritto antico appartenuto ad un surreale studioso del passato, dipaneranno una mole impressionante di miti, leggende e credenze della fine del XX secolo: i Templari, i Rosacroce, Giuseppe Balsamo alias Cagliostro, le ricerche alchemiche e la pietra filosofale, il mistero del Graal, Agarttha ed il mondo sotterraneo, la scomparsa di Atlantide, la teorie della Terra cava e le correnti sotterranee etc..etc..
I nostri tre protagonisti analizzeranno con occhio critico ed insieme smaliziato manoscritti e testi scritti dai cosiddetti “diabolici” ovverosia da coloro che credono fermamente di aver risolto uno o più dei suddetti misteri.
Nella folle ed infantile idea di prendersi gioco di questi individui il nostro trio ordirà Il Piano: un’accozzaglia non ordinata di supposizioni che lega con un filo logico abbastanza inverosimile tanti avvenimenti occulti dall’origine dei tempi all’età contemporanea. Tutto falso, ovviamente, inventato alla bell’e meglio ma che diventa vivido e pericoloso nel momento in cui i diabolici cominciano a crederci.

Umberto Eco mescola sapientemente cronaca e fiction storica trattando argomenti difficili e scottanti come se fosse una discussione fatta in un bar di fronte ad un cappuccino.
Se Il nome della rosa mi aveva colpito per la precisione e la completezza con cui lo scrittore trattava le eresie del Medioevo ne Il Pendolo mi ha sconvolto la quantità immane di materiale occulto che viene prodotto tra le pagine del libro in maniera furbescamente ironica.

Il pendolo di Foucault è un ottimo libro iniziatico sui misteri dell’umanità in cui questi non vengono presentati con la presunzione della sensazionale scoperta ma con una poliedricità narrativa di interpretazione che trova la sua consistenza sulla differenza di linguaggio tra i personaggi della storia: per tutto c’è una spiegazione fantasiosa e popolare, una semplicistica e scientifica ed un’ultima storica.
Quest’ultima è sicuramente quella più interessante.

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L’ultima pagina: Il nome della rosa

Primo intervento di questa nuova rubrica che intendo lanciare dalle pagine di Room full of mirrors.
In questa rubrica intendo offrire un’analisi più o meno dettagliata, spero anche esaustiva, sui titoli da libreria che man mano leggo, cercando di prosciugare la mia sete letteraria: chissà che qualcuno leggendo di un libro non ne sia attratto a tal punto da andarselo a leggere.(Si spera!)
Benissimo, andiamo a cominciare.
Il primo intervento de L’ultima pagina è dedicato a “Il nome della rosa” di Umberto Eco.
Si tratta di un romanzo, pubblicato nel 1980, che tratta le vicende che si dipanano in un’abbazia benedettina, situata in un punto imprecisato sugli Appennini dell’Italia settentrionale, davanti agli occhi vigili del sagace Guglielmo da Baskerville e quelli meravigliati del suo discepolo Adso da Melk. Lo sfondo storico è quello del medioevo buio e crudele in cui la Chiesa Cristiana sembra sempre più un ordine politico che religioso, tanto forte da minacciare la posizione del re di Francia.
Tutta la storia si svolge all’interno dell’abbazia, descritta magistralmente da Eco, anche se quello che più  ha stuzzicato la mia mente è stato ciò che viene raccontato o rievocato da Guglielmo: le vicende dell’Inquisizione, l’eresia Dolciniana ed il sistema della trascrizione prima e della miniatura poi, tipico dei monaci del tempo.
Tanto di questo materiale non lo si trova sui nostri comuni libri di storia ma, facendo ricerche non tanto approfondite si scopre un passato dell’Italia denso di violenze, false credenze, eresie e stragi, come tra l’altro la storia di Fra’ Dolcino o la persecuzione da parte della Chiesa dell’ ordine Francescano.
Si alternano, nelle 503 pagine che compongono il libro, due velocità di narrazione: uno stile estremamente descrittivo, lento ed a tratti pedante e che richiede un livello di attenzione estremamente alto ed un altro stile più sbrigativo ed intuitivo, ricco di riflessioni e foriero di approfondimenti futuri.
Il primo stile lo si affronta nella descrizione di luoghi, oggetti sacri e quando ad aprir bocca sono i più saggi dell’abbazia (come L’abbate Abbone o il vetusto Jorge); laddove invece a parlare sono i più semplici (Guglielmo, Adso e tutti gli altri monaci) ci si imbatte nello stile più compensibile e deduttivo.
Leggere Il nome della rosa è stata un’esperienza letteraria più che un passatempo, una vera e propria full immersion in un periodo storico crudele e violento in cui l’unico elemento di spicco è l’intelletto e l’unico personaggio che non viene avvolto dalle tenebre è colui che ragiona: è questo per me il senso del libro di Umberto Eco.
Leggere il libro non è semplice, vi sono frasi in latino (talvolta interi discorsi) e tedesco e spesso si ha la sensazione che Eco si prenda gioco di noi e delle nostre capacità deduttive; la stessa voce narrante, quella di Adso ormai vecchio e moribondo, alla fine cerca di trarre in inganno il lettore invitandolo a dipanare il misterioso enigma che sta dietro il titolo dell’opera.

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